facciamo un gioco, si chiama scova gli intrusi. quali sono gli elementi che stonano maledettamente nella foto sottostante?
scova gli intrusi
vi aiuto io, uno è l'ometto appollaiato sulla scaletta intento a filmare gli scontri, e l'altro sono io, che, per quanto consapevole di compiere un atto nel migliore dei casi inutile, nel peggiore pericoloso per l'incolumità dei presenti, non ho saputo esimermi dallo scattare la/le foto.
perchè intrusi? perchè sono l'emblema della società attuale che a quanto sembra contagia anche l'ala più dura dell'opposizione alla società stessa: una società dove la rappresentazione, la spettacolarizzazione di un atto, di un evento, vale più dell'evento stesso, delle ragioni che lo hanno prodotto, delle sue conseguenze.. cosa volevo dimostrare con sta foto? che sono un duro perchè sono andato nel mezzo dei disordini? che so scattare delle foto paura? che volevo un ricordino della giornata antibush? che sono un giornalista infame? bah mi sento di escludere decisamente l'ultima, però non è che le intenzioni precedenti siano più lodevoli, affatto.
detto questo passiamo alla cronaca.
Sono le 16 e qualcosa e una moltitudine variopinta si allontana dal estadio mundialista, dove si è appena celebrata l'apoteosi di chavez e soci, ed inizia a sciamare disperdendosi. Io mi dirigo al concentramento della seconda manifestazione, indetta dall'ala più dura del movimento piquetero con l'intenzione annunciata di rompere i coglioni nei paraggi della zona rossa.
Le forze del disordine si aspettano un affluenza di qualche migliaio di persone e vengono prontamente accontentate, mentre io riconosco subito un nucleo accogliente sia cromaticamente che per affinità musicali. Una macchia oscura di un centinaio di punk marciano sotto l'egida della A cerchiata e nei loro cori si intuisce la perplessità per l'entusiasmo che li circonda dovuto al discorso del presidente venezuelano. Sono cori che ricordano che si, va bene bush fascista sei tu il terrorista, va bene no all'ALCA e no al capitale, però anche no anche allo stato e a qualsiasi autorità.
I gruppi che li circondano li osservano con malcelato disprezzo, ma io mi sento a casa e decido di condividere con loro i km che ci separano dalle protezioni metalliche e dai blindati.
I segnali che capto intorno a me sono allo stesso tempo eloquenti e contrastanti: alcuni riempiono taniche di plastica al self service petrobras, altri iniziano a calare i cappucci nonostante il sole stia spuntando dopo una mattinata uggiosa, altri ancora appesantiscono la propria marcia riempiendosi le tasche di sassolini. Ma allo stesso tempo non vola una mosca per la città: ne in testa ne in coda al corteo si vede traccia di ffoo, nessuno pare degnare di uno sguardo le numerose banche che ci circondano, così come una caserma di polizia che superiamo rapidamente, dopo un paio di cori che non riescono ad essere minacciosi. La cosa che più mi stupisce sono le innumerevoli macchine fotografiche cineprese telefonini con fotocamera integrata che mi circondano e mi inquadrano e mi riprendono. Se fossimo a torino succederebbe il finimondo ma nessuno pare turbato ed io mi adeguo, non prima di aver preso qualche precauzione per quanto riguarda indumenti ed accessori..
Arriviamo spediti al rendez vous ubicato all'incrocio tra avenida colon e entre rios dove la marcia si interrompe bruscamente, io mi sento decisamente intrappolato ma non è il caso di farsi prendere dal panico. Partono i petardi e non tardano a farsi vivi i sassolini precedentemente selezionati. Un rumore fesso e secco mi annuncia le prime lacrime che un limone gentilmente offertomi riesce a dissipare in maniera dignitosa; la gente, il nucleo del corteo si disperde rapida, lasciando sul campo cinquecento individui ostinati e nient'affatto intimoriti dall'equipaggiamento in dotazione dei cani dietro le recinzioni metalliche. Sembra una partita di tennis futuristica, con regole strane, a squadre e con palline di differente peso, forma e caratteristiche ma con la stessa ubicazione in campo: i due contendenti divisi da una rete e l'immancabile redazione giornalistica a seguire gli eventi da una postazione centrale (nella fattispecie calle entre rios).
Il comportamente delle forze preposte a mantenere l'ordine è quanto meno particolare, trincerati dietro le barriere metalliche si limitano a lasciar piovere veleni irritanti a cadenze regolari, mentre lungo l'avenida si scatenano attacchi furibondi a banche, negozi e quant'altro stimoli la fantasia e l'odio dei manifestanti. Il tutto dura un paio d'ore, prima che si prendano la briga di sgusciare dalle loro trincee ed avanzare, rallentati da alcune barriere cospicue e fiammeggianti previamente installate lungo la strada.
Siamo quasi al culmine, i lacrimogeni iniziano a giungere da direzioni inaspettate e la cosa non mi sembra affatto di buon auspicio. Caricano. Dalle retrovie e dalle avanguardie del corteo. Non ho voglia di finire la giornata in posti bruttissimi che non voglio neanche nominare, sono solo e in una città che non conosco, so solo che voglio allontanarmi il più possibile da quest'idea. Imbocco una via laterale seguito da una cinquantina di colleghi e almeno altrettanti cagnacci. Corro e continuo a correre, cambiando più volte direzione, anche se mi fanno male occhi e gambe. Corro ancora. Poi mi fermo, sono solo e penso che può bastare. Mi va di lusso, incrocio un paio di pattuglie che non sembrano degnarmi di uno sguardo anche se i miei lucidissimi occhi magenta mi denunciano come partecipante al corteo. Cammino per un tragitto strano e sghembo, cercando di non tornare sui miei passi e, per quanto possibile raggiungere la stazione degli autobus. Tutti i bar che incrocio hanno la tele sintonizzata sugli eventi della giornata e da dietro le vetrine mi sembra che la calma sia tornata a regnare sovrana; pare abbiamo arrestato almeno un centinaio di persone (si riveleranno essere 82) ed il sollievo che provo ad essere libero si stempera subito in rabbia e tristezza per coloro che non lo sono. Vengono liberati tutti in un paio d'ore e la rabbia si dirige allora oltroceano per quei magistrati torinesi che da tre mesi tengono dieci amici in gabbia per sei secondi sei cronometrati di scontri durante una manifestazione antifascista... Raggiungo la stazione e nonostante un viaggio notturno e avventuroso quanto basta riesco a tornare intero e libero a Buenos Aires. Un'alba serena fa da contraltare alla pioggia e al freddo di quella che l'ha preceduta; io mi dirigo rapido a casa, mentre nei giornali del mattino che campeggiano dalle edicole politici fannulloni e sociologi ciarlatani sbraitano cercando di spiegare ciò che non capiscono e raccontare ciò che non conoscono, rabbia ignoranza fame passione violenza orgoglio e via dicendo...
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fine